Ci incontravamo a fine giornata a Wall Street, fuori dalla Borsa e già sapevamo che quello che stava accadendo intorno a noi sarebbe diventato epocale: la crisi dei subprime, i dipendenti di Lehman Brothers che lasciavano gli uffici con gli scatoloni in mano, le incursioni della polizia nelle case pignorate con mitra e giubbotti antiproiettili come se dovessero scovare terroristi o narcotrafficanti. Lui documentava, io capivo di aver scelto il momento peggiore per trasferirmi a New York. Era il 2008 e appena un anno dopo Anthony Suau, il mio amico fotografo e documentarista vinse proprio con uno di quegli scatti il World Press Photo. Era riuscito a spiegare il dramma della crisi economica con un’immagine che ha fatto il giro del mondo. Raccontare le storie che ci sono vicine, che accadono nelle nostre città, nel nostro paese, nella realtà in cui siamo immersi da quando siamo bambini, può essere persino più difficile di raccontare drammi lontani. Entrano in gioco le emozioni, i ricordi, la nostalgia, sentimenti che possono migliorare ma anche peggiorare irrimediabilmente un’immagine, una foto. Ma il senso del dovere e la passione per questo mestiere ti aiutano a superare ogni limite. Spesso aspiranti fotografi mi chiedono se ci sarà lavoro per loro, se conviene perseguire questa passione, se riusciranno a vivere di fotografia in un mondo in cui la fruizione delle notizie e dell’immagine è diventato un diritto: saccheggiamo notizie e foto tutti i giorni, ne facciamo un uso vorace, frettoloso. Senza sapere che quello che c’è dietro è dolore, passione, lavoro per cui si è anche disposti a mettere in pericolo la propria vita e a perderla. Com’è successo a Andy Rocchelli, fotogiornalista e amico. Ci eravamo conosciuti nel 2007, nell’agenzia Grazia Neri. Aveva deciso, prima di diventare fotoreporter, di fare un’esperienza in agenzia per conoscere il dietro le quinte, quello che succede prima della pubblicazione, dalla realizzazione fino alla proposta di reportage nel mercato editoriale, scelta che fa capire la sua serietà e l’umiltà di un giovane ragazzo che voleva raccontare il mondo. Nel 2009 la celebre agenzia fondata nel 1966 da Grazia Neri ha chiuso dopo cinquant’anni di straordinaria attività. Andy capiva l’importanza delle storie e sapeva scegliere le immagini più potenti e narrative. Qualche mese dopo, Alex Majoli l’ha scelto come assistente e nel 2008 insieme a quattro colleghi, ha fondato il collettivo Cesura.
Quando osservo una delle fotografie per me più forti e significative del suo lavoro (quella dei bambini che cercano rifugio dalle bombe in una cantina di Sloviansk in Ucraina durante la guerra nel 2014) penso all’etica, alla serietà e all’umanità che metteva nel suo lavoro, dando un volto ai civili, vittime innocenti di ogni conflitto. Andy amava fotografare le persone, come ricorda Mario Calabresi nel suo articolo e podcast “La Volpe Scapigliata” e come si nota nelle immagini di Russian Interiors, libro pubblicato da Cesura nel 2004 e vincitore del WPP nel 2015 in cui ritrae le donne russe nei loro appartamenti mostrando, attraverso questi soggetti, il volto di un popolo e di un Paese molto distante dal nostro.
Anche Donna Ferrato, la fotografa che ho seguito più da vicino, mentore e amica intima, mi ha fatto capire che questo non è un mestiere come un altro perché è semplicemente vita. Un fotografo non smette mai di lavorare e di mettersi in discussione, non smette mai di voler raccontare, nonostante la grande crisi editoriale, l’avvento del digitale e le tariffe che continuano a diminuire. Tra le foto che preferisco di Donna, oltre a quelle di “Living with the Enemy” che raccontano la violenza domestica negli Stati Uniti e che le hanno fatto vincere nel 1985 l’W Eugene Smith, c’è quella in cui lei scatta davanti a uno specchio mentre sua figlia Fanny gioca e il suo compagno scrive (Philip Jonas Griffith, è stato uno reporter straordinario). Si tratta di un autoritratto, non un semplice selfie, in cui lei riesce a fotografare tre mondi: quello di una bambina che gioca, di uomo che scrive, di una madre che racconta. Proprio come nella foto che mi fece nell’anno in cui mi trasferii a New York: fu il momento peggiore per andare a vivere in America, l’ho già detto, ma come vedete nell’immagine con Elliott Erwitt e la fotografa Adriana Lopez, fu anche il momento migliore per decidere cosa fare da grande. 

Con Elliott Erwitt e Adriana Lopez a New York nel 2012 . Foto di Donna Ferrato
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